In occasione di un congresso su religione e libertà, il Patriarca di Venezia ha sottolineato come la nostra società si sia “culturalmente meticciata”: viviamo in un’Italia che è diventata in troppo poco tempo, e forse in modo troppo poco ragionato, multietnica. Con questa realtà talvolta problematica, ma comunque oggettiva, occorre fare i conti.
È di fatto inopportuno analizzare queste nuove dinamiche, senza prima aver ribadito fermamente e precisamente alcuni concetti che stanno alla base del vivere civile.
Poiché solo facendo riferimento a questo si può affrontare, in maniera lineare, la “ questione islamica” scoppiata in questi giorni a Treviso.
In Occidente, in Europa ed in Italia, esiste nei fatti, ed è acquisito dai comportamenti, una netta separazione tra religione e stato. Cioè fra tradizione religiosa e comportamento sociale.
Questo è scritto nelle nostre leggi e, anche se talvolta da una parte e dall’altra si verificano ingerenze e incursioni fuori dai propri confini, esiste un sostanziale equilibrio nella divisione di “ruoli”.
Così non è nella cultura Islamica.
Oggi un prete Italiano non farebbe mai politica dal pulpito e, se lo facesse, sarebbe ammonito sia dai fedeli che dalle cariche ecclesiastiche.
All’interno di una moschea questo è normale poiché, in quella cultura, non si è ancora giunti alla scissione laica che sta alla base del rapporto stato-chiesa proprio dell’Occidente.
Al contrario, è sociologicamente e storicamente dimostrato che proprio dalle moschee sono partite molte iniziative politiche spesso sfociate in violenza come le ultime due intifada in Palestina.
In Italia oggi pertanto, non si pone il problema se i credenti Islamici abbiano titolo a pregare, quanto piuttosto in che modo questa preghiera possa svolgersi nel rispetto della cultura, delle regole e delle tradizioni del paese che li ospita.
Queste considerazioni non nascono da sentimento razzista bensì dalla richiesta di rispetto uguale a quello che si reclama.
In Arabia Saudita (il paese della Mecca e quindi dell’intransigenza coranica) vivono due milioni di cristiani senza alcun diritto di espressione religiosa.
Per questo stupisce il comportamento di quei giovani di “seconda generazione“ che sono nati in Italia - hanno frequentato le nostre scuole e parlano bene non solo l’Italiano ma spesso anche il Veneto - ma si fanno interpreti di posizioni che poco o nulla hanno a che fare con questa loro, supposta, integrazione.
Perché, se è comprensibile che rivendichino il diritto a pregare, non è accettabile che lo facciano attraverso la forzatura di trasformare un parcheggio in luogo di culto. O che si spingano fino all’implicita minaccia di ricatto che la venuta a Treviso della televisione Al-jazeera, contiene.
Saranno anche di seconda generazione ma, ancorché nati qui, certo non sono, né si sentono, cittadini italiani nel momento in cui rifiutano la cultura corrente che è fatta di regole e tradizioni. Non sono inseriti in quel “sentire comune” o “ cultura guida” che distingue un popolo dall’altro.
Pare quindi che, in fondo, non amino l’Italia, non vi si siano integrati, non siano coinvolti nella cultura guida che ci caratterizza. Continuino infatti a rivendicare prerogative che sarebbero solo “diritti di separatezza”.
A malincuore occorre dir loro che, senza l’accettazione delle regole e del sistema di vita del posto, cioè senza integrazione, non c’è spazio per il dialogo. Questo lo dico con sincera amarezza poiché sono fermamente convinto che solo il dialogo possa consentire il confronto e la comprensione necessari superare la separatezza della multietnicità.
I giovani di “seconda generazione“ che vivono con consapevolezza questo territorio e la gente che vi ci abita, sono chiamati a prendere una decisione fondamentale: vogliono accontentarsi di “vivere accanto” agli italiani o al contrario di “dialogare con gli italiani“ cioè di portare a compimento il reale processo d’integrazione?
Nel primo caso avranno scelto la multiculturalità del ghetto, cioè il modello che l’America da sempre e la Francia delle banlieue recentemente hanno imposto, con tutte le sue conseguenze, su tutte i tempi lunghi dell’integrazione e il rischio delle improvvise fiammate di violenza. Un modello rivelatosi non utile né auspicabile ma pericolosamente dietro l’angolo, soprattutto in virtù dei comportamenti fin qui tenuti.
Agli antipodi c’è il dialogo. Scelta auspicabile ma finora non riscontrata.
Occorre ricordare che dialogo significa rispetto per la cultura prevalente (cultura guida) del paese; rispetto per le regole e loro applicazione; rispetto per i costumi e le tradizioni che guidano i sentimenti ed i comportamenti del luogo che ospita.
Dialogo significa affermazione delle proprie specificità, ma all’interno di un modello pre-esistente. Quindi, dialogo, significa pazienza ed adattamento.
E, a prescindere, occorre un’attestazione di rispetto e condivisione per i principi guida che regolano la vita civile occidentale: la separazione tra religione e politica, la parità di diritti tra maschi e femmine, il rispetto della donna, lo stesso diritto all’istruzione indipendentemente dal sesso, la monogamia, sono elementi di vivere civile imprescindibili e immodificabili.
Sapendo cioè, come scrive Raimond Panicar “…che il dialogo è possibile per chi ha radici profonde e riconosce nell’altro la capacità di portare verità.”
Renato Salvadori
mercoledì 24 settembre 2008
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6 commenti:
Gentile presidente del Ccnsiglio,
le preoccupazioni che Ella esprime relativamente alla "coincidenza" di fede e politica (in questo caso fede integralista e politica) che caratterizzerebbe il mondo islamico è comprensibile per quanto, mi permetto di dire, affronti la questione islamica con un pizzico di superficialità.
Non entro nel dibattito sul tasso di "lacità" che l'Islam è in grado di esercitare rispetto al piano isituzionale; preferisco invece farLe notare come le sue asserzioni sulla "sterilità" politica della Chiesa cattolica, poste come esempio alternativo proprio rispetto all'Islam, siano quantomeno discutibili.
Certo, non esiste più una propaganda teocratico nel mondo cattolico, per quanto, di fatto, la recente legislazione italiana (in particolare la legge 40, ma anche il dibattito sul testamento biologico) mostri la cresciuta tenedenza della cultura politica cattolica (mi consenta, ogni distinzione formale rispetto alla chiesa sarebbe francamente speciosa) ad imporre una visione valoriale di parte all'intera comunità. Ovvero al tentativo di imporre, attraverso la legislazione (un tempo era la spada, o i roghi) questa visione "relativa" a tutta la società italiana, fatta di credenti e non, di praticanti e non, di agnostici e anche di praticanti dell'ipocrisia.
Detto che l'evidenza dei fatti, che pone come urgente la questione della laicità in questo paese, fa venire meno la copntrapposizione fra la buona prassi "de noantri" e la pessima prassi degli altri (gli islamici), mi chiedo come mai, in tutto questo ragionamento, non si ponga l'accento sull'unico elemento che davvero vale come pietra miliare, anzi come colonna portante, della convivenza civile e quindi anche dell'integrazione: la supremazia della legge. E' a questa, e a non a un parziale giudizo valoriale, che dovrebbe conformarsi anche la discussione che è oggetto del suo articolato intervento. Una legge che vale, per costruzione, forza e significato, erga omens a prescindere dall'adesione a questo o a quel sistema valoriale, specie se religioso.
La legge, gentile presidente, ci dice che predicare la violenza è un reato, la morale putroppo distingue invece, e spesso, a seconda dei punti di vista, magari a seconda che il sermone dell'odio venga da un pulpito o da un minareto.
E' fuori dubbio che l'integrazione non passa solo per l'accettazione della cultura di chi immigra in Italia, ma anche, se non soprattutto, attraverso la condivisione, da parte degli immigrati, dei valori fondamentali che stanno alla base della convivenza sociale nella repubblica, che è democratica e ispirata, per chiaro dettato costituzionale, al valore della libertà religiosa.
Ringraziandola per la cortese attenzione, le porgo i miei più sinceri e cordiali saluti
Con sinceraq stima e amicizia
d.b.
ps: mi scuso: l'intervento è pieno di errori di battitura, ma come ella sa, io non solo sono il principe dei para... ma ho anche una genetica incapacità alla scrittura e poco tempo a disposizione.
Sono perfettamentee della stessa opinione! prima devono rispettare le regole, poi si discute e forse, dopo, si concede!
Chi parla di legalità per tutti allo stesso modo deve ricordare che il fatto che molti italiani siano disonesti non può e non deve essere un alibi per nessun immigrato. Le nostre libertà, anche nei confronti della religione cattolica, sono figlie di un processo lungo e faticoso, pssato attraverso martiri, guerre e battaglia. Gli Islamici devono capire che il Veneto è l terra delle opportunità e che tutto è permesso a chi se lo guadagnia col lavoro, la fatica e l'onestà. non certo con la prepotenza
Egregio signor Salvadori, lei ha scritto:
"Al contrario, è sociologicamente e storicamente dimostrato che proprio dalle moschee sono partite molte iniziative politiche spesso sfociate in violenza come le ultime due intifada in Palestina".
Concordo con lei e per questo ritengo che nelle città l'istituzione o meno di una moschea non debba dipendere dalle autorità municipale, ma da quelle dello Stato. Purtroppo i nostri politici - sia quelli attuali che dei passati governi - quando devono confrontarsi con le autorità saudite, sono preoccupati solo dalla questione del petrolio e difficilmente pongono l'accento sui diritti umani - come quelli dei cristiani che vivono in Arabia Saudita -.
Grazie per l'ospitalità nel suo blog. Saluti, Carlo Silvano (Villorba)
Caro Carlo,
grazie per il tuo intervento che spero non sia unico né ultimo, tenuto conto dei temi che stanno sul tappeto e che prossimamente saranno destinati a coinvolgerci come Comunità.
Con stima
Renato Salvadori
Riguardo alla questione islamica mi permetto di segnalare un blog da me curato, dove ho inserito ciò che l'attuale maestro della loggia massonica "Primavera", affiliata al Grande Oriente d'Italia, pensa in merito alla necessità di istituire o meno una moschea a Treviso.
ecco l'indirizzo:
http://massoneriatreviso.blogspot.com/
Saluti, Carlo Silvano
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